Terremoti: perché il giappone resiste, il venezuela no?

La devastazione in Venezuela, con oltre 160 morti e migliaia di dispersi a seguito dei terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5, ci pone una domanda scomoda: cosa separa una catastrofe naturale da una vera e propria emergenza umanitaria? La risposta, amara, risiede in gran parte nella progettazione, nelle normative e nell'accumulo di conoscenza ingegneristica – elementi che, purtroppo, faticano a trovare applicazione ovunque.

Un esempio lampante: il giappone e la resilienza sismica

Il giorno di Capodanno, il Giappone ha tremato sotto un terremoto di magnitudo 7.5 nella prefettura di Ishikawa. E, nonostante la sua forza, il bilancio delle vittime è stato sorprendentemente contenuto, un dato che contrasta nettamente con quello di eventi simili in altre parti del mondo, come il terremoto in Turchia del febbraio 2023, che ha causato oltre 50.000 morti. La differenza è abissale e si chiama prevenzione.

Da un secolo, il Giappone ha trasformato ogni scossa tellurica in un’occasione per migliorare la sicurezza sismica. La lezione più amara risale al 1923, quando un terremoto di magnitudo 7.9 a Yokohama costò la vita a 140.000 persone e distrusse centinaia di migliaia di edifici. Fu allora che il paese introdusse i primi standard sismici nei codici di costruzione, concentrandosi sul rafforzamento delle strutture in legno e cemento, soprattutto nelle aree urbane.

Oggi, la normativa giapponese stabilisce che ogni edificio deve resistere a un terremoto di qualsiasi intensità, anche se ciò significa subire danni strutturali. Un obiettivo raggiunto grazie a tecniche sofisticate, come gli ammortizzatori sismici, installati tra le colonne e le travi degli edifici, che assorbono le vibrazioni, e i sistemi di isolamento sismico, che “sganciano” l’edificio dalle fondamenta, minimizzando gli effetti del sisma. Ma non solo: anche il semplice rinforzo di muri, colonne e travi, tramite l’utilizzo di materiali come il calcestruzzo prefabbricato o l’acciaio, contribuisce in maniera significativa alla sicurezza.

Krista Looza, ingegnere strutturale con sede in California, definisce gli ammortizzatori e l’isolamento sismico “il Cadillac delle prestazioni” quando si tratta di edifici. La verità è che investire nella sicurezza sismica non è un costo, ma un vero e proprio investimento nel futuro.

Un modello da seguire, anche altrove

Un modello da seguire, anche altrove

Le tecniche adottate in Giappone non sono esclusive del Sol Levante. Anche stati come la California e le Hawaii negli Stati Uniti hanno standard di costruzione severi, mentre a New York, i grattacieli più alti utilizzano sistemi di smorzamento delle vibrazioni per contrastare gli effetti delle intemperie. Ma ciò che emerge dalla tragedia venezuelana è la necessità di una maggiore consapevolezza e di un impegno concreto nella prevenzione. Dopo ogni evento sismico, gli scienziati giapponesi analizzano a fondo i danni subiti dagli edifici, per individuare le debolezze strutturali e migliorare ulteriormente i codici di costruzione. Un approccio metodico che, purtroppo, sembra mancare in molti paesi, dove la ricostruzione frettolosa spesso prevale sulla sicurezza a lungo termine.

La cifra parla chiara: mentre il Giappone registra circa 1.500 terremoti all’anno, la maggior parte dei quali di intensità lieve, il Venezuela affronta una crisi umanitaria che avrebbe potuto essere in parte evitata con una pianificazione urbana più oculata e l’applicazione di standard costruttivi più rigorosi. Non è il terremoto a determinare la catastrofe, ma la nostra incapacità di prepararci ad esso.