Il lincoln memorial: un restauro da incubo a washington

Un'estate, e un'icona americana si ritrova più svuotata che mai: il Lincoln Memorial Reflecting Pool, un tempo specchio di storia e simbolo di grandezza, è ora un cantiere a cielo aperto, avvolto da polemiche e promesse mancate. Quello che doveva essere un restauro di routine si è trasformato in una saga kafkiana, capace di infastidire persino il Presidente in carica.

Un'operazione costosa e controcorrente

La vicenda prende il via a marzo, quando il Presidente Trump annuncia, via social media, l'intenzione di “aggiustare” il pool, definendone le acque “assolutamente sporche”. Da lì, una spirale di decisioni controverse: un restauro completo, con svuotamento totale e una nuova verniciatura in un improbabile “American Flag Blue”. Il costo? Inizialmente stimato tra 1,5 e 2 milioni di dollari, il progetto è poi lievitato a 14 milioni, una cifra che solleva più di un interrogativo, soprattutto se si considera che il restauro precedente, nel 2012, aveva richiesto ben 34 milioni.

L'assegnazione dei contratti, inoltre, lascia l'amaro in bocca: due appalti “no-bid” a Green Water Solutions e Atlantic Industrial Coatings, aziende con legami diretti con l'entourage presidenziale. Green Water Solutions, ad esempio, aveva già collaborato con Trump per il suo club da golf a Bedminster. Un copione che profuma di favoritismo e scarsa trasparenza.

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L'alga, il vandalo e le accuse incredibili

Il pool viene svuotato, i lavori iniziano, e a giugno, con il progetto ufficialmente terminato, emergono i primi problemi. Un'esplosione di alghe verdi ricopre la superficie, e pezzi della nuova guaina protettiva galleggiano nell'acqua. La reazione di Trump è immediata e, come al solito, fuori dagli schemi: accusa vandali di aver deliberatamente sabotato l'opera, insinuando l'uso di “cutter o coltelli” e fertilizzanti. Un'accusa infondata, che porta all'arresto di sei persone, tra cui un ex olimpionico di canoa. La situazione precipita, con tentativi disperati di contenere l'emergenza attraverso l'immissione di perossido di idrogeno, un palliativo che si rivela inutile.

Per il 4 luglio, il pool viene recintato, un'immagine surreale che contrasta con la solennità della ricorrenza nazionale. E mentre i tecnici cercano di risolvere il problema, Trump continua a insistere sulla tesi del sabotaggio, promettendo che il pool “sarà riempito e rimesso in servizio presto”. Ma la cronaca dimostra che le promesse, in questo caso, non mantengono la loro parola.

La cifra che parla da sola: 14 milioni di dollari spesi per un restauro che ha peggiorato la situazione, trasformando un simbolo di unità nazionale in un monumento all'incompetenza e all'arroganza.